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E’ una tipologia di frattura che colpisce principalmente la categoria degli anziani ed interessa la regione extracapsulare dell’articolazione dell’anca. Si verifica tra il collo del femore e una prominenza ossea inferiore chiamata piccolo trocantere dove si ancora uno dei principali muscoli dell’anca (l’ileopsoas). Le fratture intertrocanteriche generalmente incrociano nella zona tra il piccolo trocantere e il grande trocantere (sporgenza ossea che si può sentire sotto la pelle sulla parte esterna dell’anca) dove si inseriscono altri muscoli. Altra frattura che si può verificare con lo stesso trattamento è una frattura denominata sottotrocanterica che si verifica 2-3 cm al di sotto del piccolo trocantere
Protocolli internazionali e la letteratura giudicano il trattamento chirurgico come un’urgenza, difatti andrà eseguito entro un arco temporale di 48 ore successive al trauma, perché tale approccio porta alla diminuzione dei rischi di mortalità del paziente. La precoce terapia chirurgica, farmacologica con eparine a basso peso molecolare e la precoce mobilizzazione portano comunque un rischio di decesso dell’anziano fino ai 6-8 mesi successivi l’evento, in una percentuale che può quantificarsi nel 25% circa. Le donne sono più a rischio con questo tipo di frattura dovuto ad una patologia di base come l’osteoporosi che le colpisce principalmente rispetto all’uomo.
Trattamento chirurgico:
Il paziente viene posizionato sul letto chirurgico, con una trazione a zampale sull’arto fratturato. Si eseguono le opportune manovre di trazione e intra-rotazione per allineare la frattura. Il tutto in tempo reale tramite un apparecchiatura radiologica che emette radiazioni e che visualizza la riduzione su monitor valutata dal chirurgo.
Si prepara quindi il campo chirurgico e sotto controllo radiografico si prende come repere il gran trocantere che sarà l’entrata del chiodo endomidollare, quindi si procederà con l’incisione della cute e attraverso un puntale sull’apice del gran trocantere si comincia ad entrare nel canale femorale con un filo guida creando spazio per il chiodo attraverso appositi alesatori.
Si passa quindi all’inserimento del chiodo, della vite cefalica (testa del femore) e distale (nella diafisi del femore circa) che inserendosi nel femore e nel chiodo appena inserito al suo interno garantiscono così il bloccaggio della frattura.
Post intervento:
I pazienti possono essere dimessi dall’ospedale e andare a casa solo quando sono in grado di essere gestiti o di gestirsi autonomamente.
Riabilitazione:
I pazienti saranno incoraggiati a uscire dal letto il giorno dopo l’intervento chirurgico con l’assistenza di un fisioterapista. La quantità di peso che verrà consentita sulla gamba operata sarà valutata dal chirurgo ed è generalmente in funzione del tipo di frattura e dell’intervento eseguito. Questo processo può richiedere fino a tre mesi.
La tipologia e la scelta dell’intervento e del presidio da utilizzareè comunque soggetta a modifiche e personalizzazioni da parte del chirurgo in base ai casi clinici che gli si presentano, mantenendo comunque una linea base comune.