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La battaglia del lago Trasimeno del 217 a. C.

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Siamo nel 23 giugno del 217 a. C. sulle sponde del lago Trasimeno, nell’odierna Umbria; mesi prima il grande generale cartaginese Annibale Barca aveva sconfitto un esercito romano di 42.000 soldati sul fiume Trebbia, nel territorio piacentino.

Mentre il Barcide stava saccheggiando le terre fra il Trasimeno e la città di Cortona, in Toscana, seppe di un esercito romano diretto contro di lui. Quest’armata contava circa 30.000 armati, secondo stime moderne, ed era guidata dal console Gaio Flaminio Nepote, che fra il 223 ed il 222 a. C. comandò la sottomissione delle tribù celtiche del nord Italia. Annibale invece era a capo di circa 55.000 uomini, fra cui molti Galli provenienti dalle regioni che il console aveva devastato 5 anni prima e che si erano appena ribellate a Roma.

Foto del lago Trasimeno scattata da ovest. Il cerchio rosso indica la vallata dove si svolse la battaglia

Il generale cartaginese decise quindi di preparare una grande imboscata sulla costa nord del lago, dove delle colline boscose creano tutt’oggi una valle accessibile solo da due stretti passaggi fra i pendii ed il lago: visto che i Romani giungevano da ovest, Annibale fece erigere il suo campo nell’entrata est della valle ed in esso mise le sue truppe libiche ed iberiche; poi ordinò agli alleati delle Baleari e ai fanti leggeri di occupare la base delle colline centrali ed infine incaricò la cavalleria e i Galli di accamparsi nelle colline occidentali.
I Romani si accamparono poco fuori l’ingresso ovest della valle.

La battaglia

La mattina del 24 giugno 217 a. C. i Romani, ignari della vicinanza del nemico, marciarono lungo la vallata costeggiando il lago. La nebbia impediva loro di vedere e, quando la totalità dell’esercito romano entrò nella valle, Annibale diede l’ordine di attaccare.

Improvvisamente una gigantesca ondata di uomini urlò e caricò l’ignaro esercito romano da tre lati, mentre il quarto era occupato dall’acqua.
Il panico discese sui nemici di Cartagine, Gaio Flaminio viene definito da Polibio come:

In uno stato di massima angoscia e disperazione.

Fu ucciso da un gruppo di Celti che volevano vendicare i suoi atti contro le loro genti. Tito Livio afferma che il Gallo che uccise Flaminio era un cavaliere insubre di nome Ducarius. Il Celta vide il console e lo caricò, trafiggendolo con una lancia.

Unica manovra della battaglia

Romani, completamente circondati, furono travolti dalle truppe annibaliche e molti, presi dal panico, tentarono di fuggire tuffandosi nel lago, ma annegarono a causa delle loro armature; alcuni però riuscirono a stare a galla grazie all’acqua bassa, ma bloccati dal peso furono raggiunti ed uccisi dalla cavalleria mentre chiedevano pietà o pregavano per una morte veloce in contrasto con l’agonia dell’annegamento.

Secondo Polibio

Polibio racconta anche di 6.000 Romani che erano riusciti a rompere l’accerchiamento e che, accecati dalla nebbia, non riuscirono a direzionarsi e finirono in cima alle colline, da dove videro il massacro che si stava compiendo nella valle. Decisero così di raggiungere un vicino villaggio dell’Etruria e difendersi lì. Annibale mandò Maharbal ad ucciderli, ma essi si arresero e vennero presi come prigionieri.

Il totale dei prigionieri raggiunse così i 15.000; quelli di loro con la cittadinanza romana furono divisi alle varie compagnie dell’esercito annibalico.

I morti dalla parte cartaginese erano 1.500, per lo più Celti.

Secondo Livio

Tito Livio afferma che vi furono 15.000 morti fra i Romani, mentre 10.000 fuggirono e trovarono riparo in una città lì vicino. Annibale perse 2.500 uomini durante la battaglia e molti altri perirono a causa delle ferite subite.

Il Barcide liberò i prigionieri latini, ma tenne quelli romani. Infine fece seppellire i morti di entrambi gli schieramenti, ma non riuscì a trovare il corpo del console.

Le varie “classi” dell’esercito romano manipolare (da sinistra a destra): hastati, velites, triarii e principes

Livio afferma anche che molti storiografi antichi gonfiarono i numeri delle vittime della battaglia, ma che lui si rifaceva sugli scritti dello storico Quinto Fabio Pittore che visse durante la Seconda Guerra Punica.

Esito

La notizia di questa sconfitta mandò nel panico gli abitanti di Roma e permise ad Annibale di invadere la Puglia, dove un anno più tardi inflisse ai Romani una delle più grandi sconfitte della loro storia presso Cannae.

Fonti:

Polibio, 3.83-84-85;
Tito Livio, XXII.5-6-7

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Giacomo Brasini

Laureato in storia all'università di Bologna, rievocatore deficelta e fissato con la storia antica. Forlivese e metallaro, citazione preferita "il cibo degli dei: la piadina".

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