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Inverno
Erano passati pochi inverni da quando la tribù dei Senones si era stabilita fra gli antichi fiumi Utis ed Aesis, conosciuti oggi come il Montone e l’Esino, unendosi alle genti Picene ed Umbre che vivevano in quelle regioni; non erano mancate alcune difficoltà, ma d’altro canto i Senones erano guerrieri forti ed in un gran numero, quindi meglio una convivenza forzata di una guerra quasi impossibile da vincere. Durante l’ultima decina d’anni i Celti avevano fondato innumerevoli villaggi in tutta l’area che ormai chiamavano casa, coltivando la terra, allevando bestiame, commerciando con i loro vicini e unendosi con i loro conviventi; ma la pace non si addice molto ad un popolo guerriero, famoso per la guerra ed i saccheggi, e che era sceso nella pianura del fiume Padus, oltre che per la promessa di terre fertili, anche per la promessa di ricchezze di chi vi abitava.
Galatus era un giovane di 20 anni, non ancora battezzato in battaglia, ma addestrato fin da piccolo al combattimento e con il forte desiderio di superare la fama del padre, il quale gli fece forgiare armi di ottima fattura che il giovane accettò con gratitudine.
Durante l’inverno Atis, che si avvicinava all’età senile, fu convocato dal Brennus della sua tribù; insieme a lui vi erano i più coraggiosi e famosi veterani dei Senoni, guerrieri rinomati tanto per le loro gesta quanto per la loro ferocia e brama di sangue e bottino, fra loro vi erano: Comargos, capo di una famigerata banda di mercenari senoni, Tagos, guerriero anziano compagno di avventure di Atis, Concolitanus, emissario da parte dei feroci mercenari gaesati, e molti altri.
Una volta che tutti furono riuniti nella grande sala della dimora del loro Rix Aneroetes, uomo tanto ricco quanto saggio e prodigo per la sua tribù, venne annunciata la motivazione di tale riunione:” Troppo a lungo siamo rimasti fermi senza usare la spada e la lancia!” tuonò il Brennus ”Da troppo tempo non vediamo il sangue dei nostri nemici bagnare la terra o sentiamo il rumore di ferro che si scontra e di scudi che si frantumano!”, i presenti ascoltavano talmente attentamente che quasi dimenticarono il cibo e la birra serviti davanti a loro ”Troppe stagioni sono passate da quando abbiamo strappato oro e argento dalle rovine di città in fiamme! Ebbene è giunto il momento di rimediare, voi che dite?” gli invitati scoppiarono in una risata mista ad eccitazione ”Ad ovest i Rasna di Clusium sono deboli ed hanno problemi interni, così hanno chiesto a noi di risolvere la loro situazione in cambio di alcune ricchezze, io dico di andare lì e prendere tutto quello che hanno!” i commensali risposero con gesti e parole di approvazione, ma in quel momento Aneroetes prese la parola ”Non dimentichiamoci delle leggi divine, gli dei devono approvare la nostra impresa e benedirci. Tarvos, nostro druido, cosa dicono gli dei?” in quel momento si fece avanti una figura vestita con una lunga tunica bianca, il druido, con un piatto concavo di bronzo e pieno d’acqua. Non era la prima divinazione dell’acqua alla quale Atis assisteva, egli rispettava e ammirava le tradizioni del suo popolo, gli uomini e le donne che le studiavano per venti anni diventando druidi e in seguito le trasmettevano alle genti come racconti degli dei e dei loro antenati. Il druido fece spegnere le torce che illuminavano la sala ed espose il piatto alla luce della luna piena, che filtrava da una finestrella, leggendone il riflesso sulla superficie cristallina ”Gli dei sono generosi e ci offrono la loro benedizione in cambio di un sacrificio da compiere prima della partenza dell’armata” la notizia fu presa con gioia e il Brennus riprese parola ”Gli dei hanno parlato! In primavera cominceremo con i preparativi e partiremo in estate, nel frattempo addestrate i giovani e cominciate a raccogliere i guerrieri. Ora mangiamo e festeggiamo! Un grande saccheggio ci attende!”.
Primavera
I mesi passavano e il villaggio di Atis era attivo come non mai; il via vai di mercanti che ogni giorno portavano ferro grezzo e lino che venivano trasformati in armi micidiali e forti armature dai fabbri, gli allevatori che fornivano pelli di animali per farle diventare cuoio abbastanza duro da resistere ai colpi più potenti, falegnami che creavano massicci scudi con il miglior legname della regione ed i guerrieri che si preparavano al combattimento duellando fra di loro, lanciando giavellotti, praticando la caccia al cinghiale, animale simbolo di quella forza tanto venerata ed ammirata dai Celti.
Galatus stava duellando con suo fratello Beldios sotto gli occhi vigili del padre e, ben presto, di tutto il villaggio e dei mercanti stranieri; mai infatti essi avevano visto una tale ferocia mista ad euforia nell’addestramento, soprattutto fra due fratelli, i quali ridevano mentre si prendevano a bastonate sui polpacci e sulle braccia con un turbinio di colpi, cozzare di scudi, cariche ed urla, interrotti solo da un gesto del padre orgoglioso che li usava come esempio per gli altri giovani guerrieri.
Finito lo spettacolo ritornarono tutti al lavoro chi più motivato chi scosso dallo spettacolo. I due fratelli si sedettero e cominciarono a bere birra, i loro muscoli bruciavano come non mai e gli acciacchi del combattimento cominciavano ad essere evidenti, ma era un dolore positivo, sapevano che non potevano permettersi di ricevere dei colpi così durante una vera battaglia, esso era il loro insegnante.
“Sai Galatus, quando affronteremo i Rasna non avrai neanche la possibilità di entrare nella mischia che li avrò già uccisi tutti” disse Beldios ridendo.
“Vedrò di lasciartene qualcuno ferito da finire allora” rispose il fratello con lo stesso tono giocoso.
“Ah si? Magari tu fossi veloce con la spada quanto con le parole” disse ridendo.
“Se noti abbiamo lo stesso numero di lividi, forse non sono l’unico lento con la spada” i due cominciavano a farsi più seri, ma sempre in tono fraterno.
“Vedremo in battaglia chi è più lento, ma se vuoi posso mostrartelo anche ora” disse Beldios con un sorriso spavaldo.
Galatus fece per alzarsi, ma venne bloccato dal padre che era rimasto in disparte “Penso che abbiate dimostrato abbastanza il vostro valore oggi, domani potrete ricominciare a mettervi in mostra, per ora bevete assieme e poi andate dalle vostre mogli che vi aspettano con ansia”. I due fratelli si guardarono, brindarono al loro combattimento, ma prima che potessero finire di bere arrivarono delle vecchie conoscenze al villaggio.
“Tagos!” esclamò Atis “e vedo che porti tuo nipote Meiomaros con te! Devo dire che è sempre più simile al nonno. Cosa vi porta qui?” .
“Atis vecchio amico e compagno di battaglie, porto buone notizie: il Brennus ha ricevuto un messaggio dal capo dei Gaesates, spediranno 5.000 dei loro guerrieri migliori; dovrebbero arrivare per il solstizio d’estate”.
“Ottima notizia, abbiamo già delle stime sul numero dei nostri guerrieri?” chiese Atis.
“Quasi 10.000 senza contare il tuo e qualche altro villaggio” rispose Tagos soddisfatto della forza del suo popolo.
Nel frattempo i due erano scesi da cavallo e delle serve avevano portato loro da bere; alla discussione assistevano anche i due fratelli e tutti e cinque si diressero verso la casa di Atis, ma quest’ultimo fermò i figli “Andate a riposarvi come vi avevo detto prima, i discorsi di politica sono finiti e vorrei passare del tempo da solo col mio vecchio amico. Ah e trovate una bella serva che faccia fare un giro del villaggio a Meiomaros”.
Quella sera fu tenuto un banchetto in onore dei due ospiti, durante il quale fu riferita la notizia di mobilitarsi entro il solstizio d’estate per l’impresa contro la città di Clusium. Tale notizia infervorò gli animi e il banchetto si trasformò in una grande festa durante la quale fiumi di alcol si mischiarono col profumo della selvaggina in un tornato di odori e sapori che andò avanti fino all’alba.
Il giorno dopo i due ospiti partirono estremamente affaticati per la baldoria delle ore precedenti, ma felici e rinvigoriti nello spirito. Mentre il suo amico spariva in mezzo ai campi coltivati e poi nel bosco, Atis si rivolse al villaggio “Svegliatevi! Abbiamo del lavoro da fare!”.
Estate
I Gesati giunsero al centro abitato del Rix il giorno dopo al solstizio d’estate e furono accolti dalla nobiltà senone; i nobili di entrambe le parti erano in lorica hamata, con gioielli d’oro ed elmi di bronzo e oro finemente decorati a sbalzo. A capo dei mercenari transalpini vi era il possente Nertomaros, uomo famoso per la sua stazza e la sua forza, accompagnato da Concolitanus; Rix Aneroetes e il Brennus andarono loro incontro salutandoli come vecchi amici “Compagni! Benvenuti nelle mie terre!” esclamò il Rix “Com’è andato il viaggio?”.
“Lungo e faticoso, le Alpi non sono facili da valicare, ma non abbiamo trovato nessun grande ostacolo lungo il cammino” rispose Nertomaros.
“Non pensate alla fatica, ora potrete riposarvi; partiremo fra giorni. Prima però vi aspetta un banchetto al quale non potrete sfuggire” disse Aneroetes.
Finita la discussione i nobili gesati abbracciarono uno ad uno i capi senoni ed infine fecero cenno ai loro guerrieri di montare il campo accanto a quello che i Senones avevano montato attorno al villaggio del loro Rix.
Seguì un fantastico banchetto animato da urla, risa, discorsi fra ubriachi e qualche piccola rissa fra amici; era la prima volta che Galatus e Beldios vivevano i festeggiamenti prima di una campagna militare ed erano entusiasti e affascinati, ma anche tristi poiché il giorno prima avevano salutato le loro mogli e i loro figli di pochi mesi sapendo forse non li avrebbero più rivisti. Comargos si avvicinò a loro, seguito dal suo servo di fiducia che portava una brocca di bronzo piena di vino “Cosa sono quelle facce scure?” urlò il nobile barcollando per l’alcol.
“Niente, stavamo pensando alle nostre famiglie” rispose Galatus.
“Prima campagna, eh? Beh quello che posso dirvi è che se morirete in modo eroico le vostre mogli saranno orgogliose di voi e vivrete nei racconti dei grandi eroi!”.
“Non ti facevo così saggio” disse Galatus sorridendo.
“Saggio? No dev’essere l’alcol che parla” affermò Comargos e i tre scoppiarono in una grassa risata. “Vi voglio presentare Arios, il mio servo preferito; suo padre aveva un grosso debito con me così me lo ha venduto, da allora questo ragazzo è un membro della mia famiglia poiché nessuno dovrebbe avere un padre così. E comunque adoriamo tutti tormentarlo. Dai Arios, vieni qui e presentati! Ah e versami del vino già che ci sei”. Il ragazzo aveva la stessa età dei due fratelli, sicuramente era servo del mercenario da parecchi anni; si presentò come una persona timida, ma nei suoi occhi ardeva una fiamma da guerriero. Ai quattro si aggiunse anche Meiomaros, nipote di Tagos, ragazzo molto giovane ma che dimostrava già un’età adulta; insieme festeggiarono fino a collassare per il troppo vino.
La sera successiva tutta l’armata si raccolse attorno al Nemeton, il luogo sacro che si ergeva di vicino al centro abitato; esso era formato da un piccolo querceto, al centro del quale vi era una radura di forma circolare con una grande quercia centenaria al centro, attorno ad essa vi era un cerchio di grandi pietre e davanti al possente albero uno stagno, largo pochi metri e profondo fino a metà stinco, conteneva un altare in pietra. La luce della luna, alta nel cielo, si rispecchiava sull’acqua cristallina creando riflessi argentei che illuminavano tutta la radura. Tarvos era in piedi davanti alla quercia, ai suoi lati i suoi apprendesti druidi e davanti allo stagno vi erano i nobili, ricoperti di scintillanti gioielli dorati e dalle costose armature; il silenzio era assoluto nonostante i quasi 15.000 guerrieri presenti. Il sacrificio iniziò con l’ingresso di un druido che teneva un magnifico montone dal vello lungo e bianco e dalle bellissime corna arricciate; il sacerdote vestito di bianco portò l’animale sull’altare e lo fece stendere accarezzandolo mentre Tarvos, con un coltellaccio curvo, sgozzò l’animale, il cui sangue rese l’altare e lo stagno rossi unendo riflessi cremisi a quelli argentei. Un’apprendista raccolse del sangue in un piatto d’oro e lo pose a Tarvos, mentre altri due sventrarono l’animale “Il sangue del nobile montone reca un messaggio degli dei” tuonò il druido anziano “Essi ci offrono la loro benedizione grazie a questo sacrificio!”; mostrò il piatto al Rix e al Brenno prima di rovesciarlo nello stagno. Gli vennero in seguito portate le interiora del montone, ci mise le mani dentro e cominciò la lettura che durò qualche minuto “Nelle interiora ho letto grandi fortune e un grandi vittorie per questa impresa!”.
Finito il rito tutta l’armata si lasciò andare in urla di gioia e in una sbronza collettiva per rilasciare la tensione e festeggiare il verdetto divino, grazie al quale non avrebbero potuto perdere. La mattina successiva si misero in marcia in direzione sud-ovest verso la città Rasna di Clusium.
Clusium
Dopo quasi una settimana di viaggio attraverso i boscosi Appennini il Brennus comunicò l’arrivo a destinazione. I guerrieri ringraziarono gli dei per il viaggio sicuro e prepararono il campo pieni di ardore per la battaglia che sarebbe seguita nei giorni successivi.
Durante la costruzione del campo e delle attrezzature per l’assedio le porte della città si aprirono ed uscì un uomo a cavallo: indossava un chitone azzurro e bianco, con un tebenno rosso foderato con stoffa dorata e, soprattutto, disarmato. Galatus pensò subito che fosse un ambasciatore, mandato speranzosamente dai difensori per cercare un accordo di pace; il Brennus gli andò in contro, ma invece di mandarlo via rinfacciandogli la futilità dell’incontro, lo salutò:”Arruns! Immagino sia tu, come da accordi”.
“Certo, ho convinto gli altri nobili a mandarmi come ambasciatore in modo che tu e i tuoi possiate riconoscermi quando saccheggerete la città e non mi uccidiate e non distruggiate le mie proprietà” rispose l’etrusco con aria contenta.
“Allora andrà tutto come previsto: noi saccheggeremo la città, ma lasceremo in pace sia te che i tuoi uomini; noi ce ne andremo ricchi e tu userai il caos creato da noi per prendere il trono” riassunse il capo guerriero.
“Come da accordi. Cosa racconterò ai nobili e al re sulla tua risposta alla mia disperata richiesta di pace?” sogghignò.
“Di loro che siamo belve guidate dal massacro e dal bottino. Questo dovrebbe bastare a farli tacere”.
“Ah un’ultima cosa, amico mio: il vostro arrivo non è stato proprio silenzioso e furtivo e il re ha mandato un messaggero alla sua cara alleata, città di Roma, presto rischiate di avere un altro nemico da dover combattere”.
“Non sarà un problema, sicuramente tremeranno davanti al nostro furore” rispose il celta.
“Ottimo, ora devo andare. Ci rivedremo dentro le mura di Clusium” concluse l’etrusco, girandosi e andando via con una finta aria contrariata.
Dopo qualche giorno di attesa i preparativi per l’assedio erano terminati, ma prima che potesse dare l’ordine per l’inizio della battaglia, al Brennus fu fatta visita da degli ambasciatori provenienti dalla città Roma. Erano tre giovani, che dichiaravano di essere i figli del senatore Marcus Fabius Ambustus e che chiedevano ai Galli di abbandonare l’assedio della città alleata:”Con che diritto assediate gli amici di Roma?” chiese irruentemente il fratello maggiore, un certo Quintus Fabius.
“Con quale diritto chiedi?” sguainò la spada ”Con il diritto datomi dalla punta della mia spada e davanti a te vi sono 15.000 spade come questa pronte a darle ragione. Ora andatevene se non volete che anche la vostra Roma venga rasa al suolo, vivete anche per gli abitanti di Clusium che non vedranno il tramonto del nuovo giorno”.
Indignati da queste parole prive di ragione o rispetto i tre se ne andarono, ma invece di tornare al sicuro delle loro case decisero di entrare in città a chiedere perdono per il loro fallimento e per cercare di risollevare il morale dei difensori con la loro presenza.
Dopo questa breve interruzione i Celti si schierarono e videro opliti etruschi uscire dalle porte della città in perfetta formazione. Era la prima volta che Galatus ammirava una formazione oplitica e restò affascinato da come si muovevano tutti all’unisono, ciononostante sarebbero tutti morti sotto la sua furia e quella dei suoi fratelli. Le armate erano in piedi una davanti all’altra, i Celti in maggioranza numerica e ansiosi di combattere stavano sui campi davanti la città, mentre i Tyrrhenoi erano sotto le mura pronti a morire per la loro patria. Poche centinaia di metri li separavano quando un singolo oplita uscì dalla formazione e corse in contro al Brennus, il quale accettò il duello e caricò l’avversario. Gli scudi impattarono e l’oplita si ritrovò sbilanciato, poiché il suo clipeus fu colpito talmente duramente col taglio dello scudo celtico che le vibrazioni spezzarono il braccio di colui che lo sosteneva. Con un veloce colpo di spada il Celta tagliò la gola all’Etrusco, che cadde a terra ed agonizzò per qualche secondo sotto gli occhi dei cittadini. Fu allora che il Brennus notò che quello non era un Etrusco, ma Quintus Fabius. Reso cieco dalla rabbia diede l’ordine di tornare al campo e nessuno ebbe il coraggio di opporsi.
Poche ore dopo si tenne un consiglio di guerra per decidere il da farsi, al quale partecipò anche un servitore di Arruns: il primo punto fu sulla sorte dei due fratelli di Quintus:”Rientrati a Roma di nascosto sotto ordine del fratello” rispose l’emissario del nobile cospiratore; il secondo punto fu su quale direzione prendere, l’emissario voleva ignorare l’accaduto e continuare col piano originale, ma gli anziani senoni e i comandanti capivano che l’affronto subito dal Brennus da parte del romano era troppo grande per essere sorvolata. L’unica differenza di opinioni era fra gli anziani che volevano una via pacifica per poter tornare agli affari con Clusium, e fra i comandanti che pretendevano sangue romano. Alla fine vinse la ragione e il Brennus inviò ambasciatori al Senato romano chiedendo che gli venisse consegnata tutta la gens Fabia.
Dies Nefastus
Dopo alcuni giorni gli ambasciatori inviati a Roma tornarono portando la risposta del popolo romano:”Dopo un faticoso viaggio a cavallo arrivammo alla città chiamata Roma, lì i nobili ci accolsero con leggerezza e poco rispetto e il popolo era schivo ed astioso.” Cominciò a raccontare l’ambasciatore più anziano “Fummo scortati sul colle dove risiede la sede del loro governo ed esponemmo le nostre richieste ad un’assemblea costituita dai loro nobili più ricchi e potenti. Dopo una breve delibera i nobili del governo, che si fanno chiamare Senatori, erano propensi a consegnarci la gens Fabia”.
“Però non li vedo qui con voi? Qual è il motivo?” rispose spazientito il Brennus.
“Il motivo” continuò l’anziano “è che, per formalità, dovettero chiedere al popolo cosa aveva da dire in merito ed esso, ignorante delle nostre capacità e della nostra ferocia e accecato dall’ammirazione per quella famiglia nobile, rifiutò a gran voce, mostrandosi volenteroso alla guerra; inoltre pare che abbiano dato grandi onori a coloro che hanno infranto le leggi diplomatiche” concluse l’ambasciatore.
“È deciso, smontate il campo e preparatevi alla marcia!” tuonò furente il capo guerriero.
“Non potete! Se ve ne andrete il mio signore Arruns considererà l’accordo nullo e non verrete pagati!” si intromise la spia etrusca.
“Non so come siate cresciuti nella vostra terra, ma da noi ci insegnano che l’orgoglio è più importante del denaro!” esclamò Tagos “ E poi Clusium non sarà l’unica città ricca di bottino in questa terra”. Tutti erano d’accordo con l’affermazione del nobile:”Ora va a riferire al tuo padrone che riprenderemo l’assedio una volta tornati da Roma e, se vorrà annullare l’accordo, bruceremo anche le sue proprietà” concluse il Brennus. Il servo etrusco uscì dal campo furente e deluso, mentre i Celti cominciarono a raccogliere i loro oggetti e si prepararono alla marcia.
Dopo giorni di veloce e rumorosa marcia i Galli si ritrovarono davanti al fiume Allia, a poche miglia da Roma, e, una volta attraversato, videro l’esercito romano: davanti a loro erano schierati circa 20.000 soldati, di cui 12.000 romani e gli altri erano socii; alla destra dei Celti vi era il fiume, al centro una vallata e sul fianco destro una lieve collina. I Romani erano posizionati coi loro opliti nella vallata, i socii formavano le ali e coprivano i fianchi della falange; erano spaventati, ancora prima di vedere il nemico avevano sentito i suoi canti e le sue urla, ed erano impressionati dalla velocità della marcia che lo aveva condotto così lontano in così poco tempo. Non avevano mai visto guerrieri simili, molti erano nudi, mentre altri avevano corazze formate da catene in ferro, le loro spade erano lunghe e minacciose.
I nobili celti, ricoperti da gioielli d’oro di finissima fattura, si posizionarono nelle prime linee, come la loro tradizione di grandi guerrieri prevedeva, armati con spada, scudo e pesanti giavellotti in ferro chiamati gaesum. Finalmente i carnyx suonarono dando il permesso per la carica e 15.000 Celti furenti cominciarono la corsa contro i 20.000 Romani pronti all’impatto; ciò a cui i Romani non erano pronti erano i giavellotti, scagliati in carica a pochi metri dal bersaglio e progettati per un singolo scopo: trapassare gli scudi e chi li teneva. La prima linea romana fu decimata pochi secondi prima dell’impatto che arrivò quindi su una seconda linea non pronta a riceverlo, frantumandosi. Lo shock al morale fu enorme, ma non sufficiente a far fuggire le legioni; le spade dei Celti falciavano vittime una dopo l’altra e il fianco sinistro riuscì a conquistare la collina e a mettere in fuga i socii sul fianco destro romano. Subito le migliaia di Galli caricarono il nemico dalla collina: questo fu sufficiente. Il terrore più puro prese il sopravvento e la falange andò in pezzi: i Romani cercarono la salvezza attraversando il fiume, ma molti annegarono a causa della propria corazza. Alcuni Celti lasciarono le armi e li inseguirono, mentre altri continuavano a trucidare chi scappava verso sud, verso Roma.
Tutti i Galli erano sorpresi della facile vittoria, ma non erano immuni dalle perdite: festeggiando sopra i cadaveri insieme a Meiomaros, Galatus vide il corpo di suo padre Atis e, di fianco ad esso, quello di Tagos morti spalla a spalla dopo aver caricato troppo a fondo fra le linee nemiche ed essere stati circondati; attorno a loro era pieno di corpi di Romani che portavano le ferite delle spade dei due guerrieri veterani.
Alcune migliaia di fuggitivi scapparono verso la città di Veii, mentre altri riuscirono a tornare a Roma per avvertire il popolo della sconfitta e dell’umiliazione subita; era il 18 luglio del calendario romano, da quell’anno in poi sarebbe stato conosciuto come Dies nefastus, giorno funesto.
Il sacco di Roma
L’armata gallica si prese il resto della giornata per frugare fra i corpi della battaglia, attendere ai feriti e a disporre dei propri morti, lo scontro infatti aveva placato parte della voglia di sangue dei Celti e, orgogliosi dello schiacciante successo, non erano preoccupati per l’assedio che sarebbe seguito. Avevano testato la forza dei Romani e non erano impressionati.
Il giorno seguente marciarono verso la città e la trovarono quasi completamente deserta: nessun guerriero di guardia, niente rumori di donne né di bambini nel panico. Le porte della città erano spalancate e, una volta entrati, videro che era stata abbandonata di fretta. In una capanna trovarono un vecchio, il quale disse che chi poteva era scappato durante la notte portando con sé quello che riusciva. Risolto il mistero della popolazione scomparsa i Celti si diedero al saccheggio più sfrenato, d’altronde per vendicare il proprio orgoglio bastavano le migliaia di morti del giorno precedente ed il fatto di non lasciare neanche una pietra della città in piedi. Nonostante la fuga molte delle proprietà degli abitanti erano rimaste nelle capanne di legno che occupavano la quasi totalità del territorio cittadino, i templi ed i santuari erano ancora pieni delle offerte dei cittadini, ma mancavano le ricchezze del Senato. Mentre i Celti davano fuoco alla parte nord della città, Galatus notò un colle fortificato quasi al centro della città e fece subito rapporto al Brennus:”Quella è la sede del loro governo” spiegò uno degli ambasciatori “È una collina impervia e facilmente difendibile”.
“Un’acropoli come altre” rispose il capo guerriero “Finito di razziare la città prenderemo quella collina, nel frattempo voglio i nostri migliori guerrieri a guardia della strada che la risale”.
Dopo quasi tutta la giornata l’armata era stanca, ma soddisfatta del bottino, e la città era quasi completamente distrutta; fu in quel momento che il Brennus, accompagnato dai nobili e dalla sua guardia personale, si diresse verso il colle Capitolino. A guardia di esso vi erano i fuggiaschi della battaglia, insieme ai Senatori che non erano scappati e ad altri cittadini in armi. Non vi furono scambi di parole da parte del capo guerriero, solo uno studio delle fortificazioni e gesti di sfida da parte di entrambe le parti.
Il giorno seguente i Celti assalirono la fortificazione, ma furono respinti dai difensori, che potevano contare sulla stretta strada per la cima.
Furiosi i nobili radunarono tutti i loro prigionieri, per lo più anziani e malati che non erano riusciti a scappare, e mandarono un ultimatum ai difensori, di resa o morte. Al rifiuto di resa i prigionieri furono giustiziati uno ad uno; fu un duro colpo al morale dei difensori, che non solo dovevano vedere la loro città in rovina ma anche i loro concittadini uccisi davanti a loro.
I giorni passavano e neanche un attacco notturno riuscì a vincere l’assedio, anche se risultò nella morte di molti difensori. La strategia dei Celti passò al prendere la collina per fame e sete, ma dopo un po’ di tempo arrivò un messaggero dalla terra dei Senones, il quale portò notizie preoccupanti:”Le nostre terre sono sotto attacco da parte di una tribù a nord! Per ora sono stati colpiti alcuni villaggi lungo il fiume Utis, ma sono state avvistate pattuglie nemiche anche più a sud!”.
I nobili si divisero in due fazioni: quelli che volevano finire l’assedio per bottino ed orgoglio, fra di loro vi era il possente Nertomaros e Beldios, fratello di Galatus; mentre gli altri, capeggiati da Comargos e Galatus, consideravano la vita del loro popolo più importante del bottino.
“Brennus ti prego di ricondurci a casa! Le nostre case sono in pericolo e non possiamo lasciare i nostri fratelli e le nostre sorelle da soli nel momento del bisogno!” implorò Comargos.
“Ma non sappiamo neanche se la minaccia è reale! E poi scommetto che col bottino che si trova su quel colle potrete ricostruire i vostri villaggi cento volte!” obiettò Nertomaros.
“Certo per te è facile parlare, non è il tuo popolo quello sotto attacco!” rispose Meiomaros.
“E cosa mi dite dell’orgoglio che i Romani ci hanno ferito a Clusium? Volete ignorarlo? Finché la città non sarà ridotta ad un cumulo di macerie fumanti non sarò soddisfatto, e non dovreste esserlo nemmeno voi!” urlò Beldios.
“Fratello tu parli di orgoglio, ma avere le proprie terre attaccate da dei vigliacchi che sanno che non c’è nessuno a difenderle, ignorare la cosa e lasciarli fare non sarebbe uno smacco più grande al nostro orgoglio ed alla nostra stessa teuta?” argomentò Galatus.
“Basta! Ho sentito abbastanza” intervenne il Brennus “Vi ringrazio per le vostre opinioni, ma siamo in guerra e a decidere il da farsi sono io. Farò un accordo coi Romani per abbandonare la città. Questa notizia delle nostre terre sotto attacco non deve venire a conoscenza di nessuno finché non saremo fuori dalle mura col bottino”.
“Ma potremmo prendere molto di più se restassimo ed aspettassimo la loro resa” disse Nertomaros.
“La decisione è presa, abbiamo già abbastanza bottino da riempire cento carri; entrambi i nostri popoli torneranno a casa con molto più di quanto era stato accordato con i Rasna” concluse il Brennus.
Pochi minuti dopo i nobili erano nuovamente davanti alle fortificazioni nemiche, ma questa volta parole uscirono dalle bocche di entrambe le parti:”Siete pochi, noi siamo molti. Siete in trappola, noi siamo liberi. Siete affamati, noi abbiamo il vostro cibo, preso dalle vostre case e dalle vostre fattorie. Siete stanchi, noi siamo riposati. La vostra città è in fiamme, le nostre terre sono lontane. Vi proponiamo un accordo per restituirvi ciò che rimane di Roma” urlò il Brennus.
Dalle palizzate si udì una voce “Sono il Senatore Marcus Fabius Ambustus e sono disposto a consegnarmi per la salvezza della mia famiglia e della mia patria!”.
“Non siamo più interessati alla tua famiglia, quell’astio si è estinto con il fuoco che ha distrutto la tua città, ora vogliamo l’oro!”.
“E quanto vorreste?”.
“1000 libbre potrebbe essere un buon inizio.” rispose il capo “Altrimenti continueremo l’assedio”.
“Accettiamo” disse il Senatore dopo un breve vociare con gli altri membri del Senato.
Dopo poche ore alcuni Senatori uscirono dalle fortificazioni con un carro pieno d’oro ed una bilancia e cominciarono a pesare il metallo di fronte ai nobili celti. Arrivati alle 1000 libbre il Brennus appoggiò la spada sulla bilancia, obbligando i Romani ad aggiungere oro per il peso di essa; agli sguardi sbigottiti dei Romani davanti al gesto egli rispose “Guai ai vinti”.
Finito di caricare il bottino sui carri gli invasori si diressero alla difesa della propria casa, alle loro spalle una città distrutta: almeno due terzi della città era stata bruciata.
Congennomaros
Passarono alcuni anni dal ritorno dal Latium, la guerra contro il popolo della valle a nord del Padus si concluse con la schiacciante vittoria dei Senones in una battaglia vicino al porto di Spina; mentre i mercenari di Nertomaros tornarono a casa senza immischiarsi nella guerra.
Durante un banchetto tenuto dal Rix Aneroetes i nobili ubriachi cominciarono a raccontare le loro gesta durante la battaglia sul fiume Allia:”Ricordate quando ho dovuto raddrizzare la mia spada a calci poiché si era piegata contro uno scudo romano? E che prima di aggiustarla l’ho usata per uccidere il proprietario dello scudo ed il guerriero di fianco a lui?” disse ridendo Meiomaros.
“E quando ho ucciso due nemici col gaesum perché sembrava si stessero inculando durante la carica?” continuò il Brennus, sempre ridendo.
“Come non dimenticarlo? Quasi meglio di quando ho ucciso 20 nemici solo con un coltello perché con la spada era troppo facile!” rispose Galatus.
“L’ultima volta erano 10, non ti pare di star esagerando?” affermò ridendo suo fratello Beldios “E vi ricordate di come mio, nostro, padre Atis, insieme al grande Tagos, si lanciarono in mezzo ai nemici trucidandoli e morendo in maniera eroica?”.
“Le loro gesta sono già leggenda e ora loro stanno bevendo insieme agli dei!” esclamò il druido Tarvos.
“Vorrei che anche Comargos fosse qui a godersi questo banchetto, è un vero peccato che sia in Apulia come mercenario per Dionysius” disse il Rix “Significa che berrò anche per lui!”.
In quel momento arrivò un’ospite inaspettata: Canavos, moglie di Comargos, accompagnata da Belisama, moglie del druido; con lei portava un bambino di circa due anni.
“Canavos!” chiamò il Rix “Pensavo fossi in Apulia con tuo marito, vieni a sederti! Dov’è Comargos?”.
“Morto” rispose scossa “Ucciso da una freccia avvelenata scoccata dai nemici di Dionysius; ora è Arios che guida la banda di mercenari come suo degno successore”.
“Ci addolora immensamente sentirlo, ma non temere, ora anche lui è con gli dei” le disse Tarvos.
“Sappi che ti aiuteremo tutti come possiamo, sei a casa e siamo tutti una grande famiglia, una teuta” le disse Belisama.
“Esatto! Saremo tutti qui per te, se avrai bisogno” aggiunse il Brennus “Questo invece è tuo figlio?”
“Si è mio figlio, si chiama Congennomaros, colui che ha un grande lignaggio. Vi ringrazio della vostra vicinanza e del vostro sostegno, sono tornata per mandare avanti i possedimenti di mio marito, visto che per il nostro diritto ora sono passati interamente a me e a mio figlio”.
“Piacere Congennomaros, io sono il tuo Rix Aneroetes, tuo padre era un grande uomo” disse sorridendo il Rix.
Il druido prese da parte la vedova e le chiese per il funerale del marito, domanda alla quale lei rispose:”È già stato sepolto in Apulia come aveva chiesto. La sua tomba è degna di un capo guerriero ed al funerale ha ricevuto tutti gli onori sia dai suoi guerrieri che da Dionysius in persona. Indossava un bellissimo elmo in bronzo decorato a sbalzo e corallo, degno di un eroe leggendario quale è”.
Dopo poco i due tornarono al banchetto, l’aria non era triste o malinconica, poiché i racconti che furono fatti in onore di Comargos e di Atis e di Tagos li facevano rivivere insieme ai commensali, che sapevano che li avrebbero rivisti un giorno sulle spiagge di Antumnos e avrebbero festeggiato insieme a loro ed insieme agli dei per l’eternità; ma fino ad allora dovevano vivere le loro vite, ricordando quelle di chi li aveva preceduti nel viaggio, comportandosi con onore per poter essere alla loro altezza.