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Sulla mia pelle, il film diretto da Alessio Cremonini, dedicato alla storia di Stefano Cucchi, di cui Alessandro Borghi veste i panni, non è un film semplice. Non è semplice nemmeno scriverne senza rischiare di precipitare in facili giudizi sommari, travolti da quello straccio di umanità che, dovrebbe, elevarci a qualcosa di più di bestie rabbiose. Del resto chi, se non un essere privo di umanità e compassione, potrebbe godere o anche solo restare indifferente, dinanzi alla storia di un ragazzo morto dopo essere stato selvaggiamente picchiato?
Cremonini ci racconta i fatti, senza sconti e senza prendere posizione, e ci privilegia di un diritto a cui fake news e l’informazione frammentaria, ci hanno disabituati: possiamo analizzare ogni cosa accaduta nel suo insieme, tirare conclusioni in totale autonomia, rispondendo liberamente alla nostra individuale coscienza e al nostro senso di ciò che è giusto o sbagliato, certi di avere un quadro completo.
Cucchi non ci viene presentato come un santo, e chiunque dica il contrario probabilmente non ha visto il film o l’ha visto con estremo pregiudizio. Il ragazzo di cui facciamo la conoscenza detiene hashish e cocaina, ha precedenti penali e problemi, non del tutto risolti pare, legati alla tossicodipendenza. È un ragazzo evidentemente problematico, fragile, al punto che persino la madre in una scena del film. parlando con il marito, ammette candidamente di aver pensato che “una notte in galera gli avrebbe fatto bene”.
Non oso immaginare con quanta desolazione nel cuore si possa arrivare a tale conclusione, e quanta amarezza possa aver causato la consapevolezza che, quello che poteva essere un utile spauracchio, sia diventato una sentenza di morte.
La storia di Stefano Cucchi è una delle tante storie di violenza legate ad arresti. Se vi capitasse di andare sul sito di ACAD (Associazione Contro gli Abusi in Divisa – ONLUS), o sulla loro pagina facebook, potreste leggere tanti nomi di giovani e meno giovani morti poco dopo essere stati tratti in arresto. I nomi di Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Stefano Cucchi si accodano a quelli di tanti, tantissimi, altri.
Il merito di questo film, che andrebbe distribuito ovunque e fatto vedere a chiunque, è quello di metterci dinanzi a una realtà cruda priva di infiocchettamenti inutili. Perché diciamocelo: Cucchi deteneva sostanze stupefacenti. È vero, innegabile, e altre, stando ai titoli di coda del film, sono state trovate dai genitori nel suo appartamento e poi, giustamente, denunciate alle forze dell’ordine.
Ho letto molti commenti a ridosso del film, dove in tanti si scatenano con la sentenza preferita dall’italiano medio: “Se l’è andata a cercare. Se non avesse fatto lo spacciatore, non sarebbe morto.” il che è la prova, se ce ne fosse bisogno, di quanto la giustizia sommaria sia la soluzione preferita delle succitate bestie rabbiose forti con i deboli, e deboli con i forti. Perché se è vero che deteneva droghe, è anche vero che nessuno, sia esso un rappresentante delle forze dell’ordine o altri, si può sentire in diritto di picchiare e uccidere un presunto, o accertato che sia, spacciatore o qualsiasi cittadino in stato di fermo.
Perché il fulcro della questione non è quanto fosse colpevole e/o in che misura meritasse il carcere, semmai, il ruolo delle forze dell’ordine che non hanno il diritto di ridurre una persona affidata alla loro custodia, in quello stato. Senza dimenticare il ruolo della mentalità omertosa che infetta ogni settore della nostra società, a tal punto che medici, operatori sanitari e chiunque sia venuto a contatto con Cucchi, non ha mosso un solo dito per aiutare a prevenire il tragico epilogo di questa storia.
Spaventato, mortificato, piegato nel fisico e nell’anima dal terrore, qualora avesse raccontato del pestaggio subito da parte dei Carabinieri che l’avevano tratto in arresto, Cucchi si è lasciato morire rifiutando le cure, di cui necessitava urgentemente, nel tentativo, tanto disperato quanto nullo, di entrare in contatto con il suo avvocato.
Questo, a prescindere dalle colpe innegabili, è un fatto che non dovrebbe accadere in un paese che si definisce civile.
Ignorare quanto accaduto, ridurre il tutto a un misero atto accusatorio nei confronti della vittima, è una scelta priva della minima umanità, a cui il film di Cremonini ci mette davanti. È una scelta difficile perché la recitazione di Borghi ce la fa sentire tutta la sofferenza di quel ragazzo che nell’ottobre 2009 moriva solo, in preda alla paura e al dolore.