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Supereroi in scarpe da ginnastica: Il ragazzo invisibile

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Cosa faresti se fossi invisibile? In attesa dell’uscita nelle sale del sequel Il ragazzo invisibile – Seconda generazione, cerchiamo di scandagliare la figura del protagonista adolescente, a partire dalla domanda che forse ci siamo posti tutti almeno una volta nella vita, quando ancora avevamo l’età per giocare e per far finta che tutto sia possibile. È quello che si è chiesto anche il regista premio oscar Gabriele Salvatores dirigendo il suo ultimo film, Il ragazzo invisibile, con Ludovico Girardello, Valeria Golino e Fabrizio Bentivoglio.

Si tratta della storia di Michele, un ragazzo che vive la sua fin troppo normale vita di tredicenne a Trieste con la madre single. A scuola non si direbbe sia particolarmente popolare, anzi, è vittima di due bulli e la ragazza per la quale ha una cotta quasi non si accorge di lui. Poi, però, tutto cambia. A una festa Michele indossa il costume di un supereroe che nessuno conosce, non di certo come quello di uno dei suoi eroi dei fumetti preferiti, ma una semplice tuta chiara, comprata in un inquietante negozio sgangherato, inghiottito nel ventre di una Trieste altera e immobile. Per sfuggire ai suoi soliti bulli, il supereroe in erba si nasconde in bagno, desiderando con tutta la rabbia di un ragazzino stanco di essere il divertimento di qualcun altro, di diventare invisibile. Il mattino dopo, guardandosi allo specchio, non vede più il suo riflesso: adesso Michele è il “ragazzo invisibile”, un vero supereroe con veri superpoteri. Comincia la sua avventura, durante la quale scopre delle verità che vanno oltre ogni immaginazione.


Una società segreta, una missione da compiere, degli innocenti da salvare: sono questi gli ingredienti di un fantasy urbano in cui gli eroi non portano un mantello rosso, ma un paio di scarpe da ginnastica un po’ scucite. Con la sensibilità e l’eleganza che da sempre lo contraddistinguono, Salvatores confeziona un film che tratta il tema dell’adolescenza svelandone i paradossi e le contraddizioni.

Esplora con delicatezza il conflitto che anima un’età in cui ci si sente “troppo” o “non abbastanza”, a metà tra la voglia di crescere in fretta e la paura di diventare grandi; tra il desiderio di trovare una propria identità distinguendosi dalla massa e la volontà di fondersi con essa, per non dare troppo nell’occhio; tra autostima pari a zero e puro narcisismo.

Michele, l’esempio perfetto di adolescente che si affaccia alla vita adulta timidamente, quasi senza far rumore, d’un tratto si trova catapultato in una realtà che ha dell’incredibile e tutte le certezze, i punti di riferimento che era riuscito a fissare seppure con qualche difficoltà, crollano, dissolvendosi nel nulla. Si rivelano talmente effimeri e vani da essere meno consistenti della sua immagine allo specchio.
Ed ecco che l’invisibilità, l’essenza stessa del “non essere”, del vuoto, dell’oblio, acquista una coloritura metaforica quasi impossibile da ignorare.


Durante l’infanzia si vive costantemente sotto gli occhi vigili di un familiare. Si impara a riconoscerli, quegli sguardi che sembrano appuntati sul petto. Quello apprensivo di una madre sembra quasi di fuoco, tanto se ne avverte il calore, ma è di quella fiamma che non brucia; quello di un padre è invece meno invasivo, anche se mai flebile o distratto. Pian piano, quegli occhi addosso cominciano a pesare. Si cerca di allontanarsi dal raggio d’azione, rifugiandosi in zone d’ombra, dove lo sguardo protettivo di mamma e papà non può arrivare. Se si potesse svanire nel nulla, diventare invisibili, appunto, sarebbe tutto un po’ più semplice. Si può essere chiunque, andare dove si vuole, perfino fare ciò che, alla luce del sole, visibili e per questo vulnerabili, non si ha il coraggio di fare. Tuttavia, essere invisibili pesa anche più di quegli sguardi. L’invisibilità di Michele non è altro che un’allegoria di un disagio e di una paura comune a coloro che si trovano in quella fase di transizione che è l’adolescenza, quando ancora non si è pronti ad abbandonare il bozzolo di bambino per accettare poi le ali di un individuo autonomo e consapevole. L’annullamento nell’immaterialità per un adolescente, a volte, è ciò che più si anela, ma da comodo rifugio, il nulla diventa una condanna, il fondo che si raschia e da cui non si può risalire, anche perché ci si rende conto che la caduta nel baratro è un precipitare in totale solitudine. È questa l’altra faccia della medaglia per Michele: se prima gli altri non si accorgevano della sua esistenza, ora persino sua madre non può vederlo, e non c’è niente di peggio che essere invisibile agli occhi di chi ami, completamente solo. La solitudine diventa un ulteriore fardello sulle spalle esili del supereroe del film di Salvatores, ma anche su quelle di qualsiasi altro adolescente. Michele, però, supera le prove e gli ostacoli che gli si parano davanti, riuscendo anche a salvare le persone a lui care. Come in un esemplare Bildungsroman, il protagonista conclude la sua perfetta parabola di formazione accettando il proprio “non essere”, cioè l’invisibilità, nel caso fuori dal comune di Michele, come un dono e non un fardello. Sta tutto qui il messaggio che Salvatores trasmette al pubblico essenzialmente di giovani cui il film sembra essere naturalmente destinato: solo abbracciando la propria unicità ed i propri doni, anche se agli occhi degli altri essi possono sembrare il resto dello sgraziato bozzolo da si era avvolti, si può creare qualcosa di straordinario, si può essere straordinari, lasciando finalmente un segno del proprio passaggio nel mondo come uomini in carne ed ossa e non come fantasmi.

E tu che stai leggendo, allora, cosa faresti se fossi invisibile?

 

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