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Videogiochi, Amiga, i386, sviluppo dell’hardware e dei pc… un articolo dall’alto impatto emotivo per ogni nerd che si rispetti.
L’industria Videoludica è uno dei settori con maggiore espansione, in termini sia economici che potenziali: degli ultimi anni, basti pensare che lo scorso anno, il valore sul mercato del settore si aggirava intorno ai 116 Miliardi di dollari (Fonte GameIndustry). Quando parliamo di videogiochi la prima cosa che ci salta in mente oggi sono le console di ultima generazione, poco più grandi di una scatola di scarpe e con potenzialità incredibili, molto spesso date per scontato dai moderni videogiocatori.
Quelli come me però che sono più “Vintage”, quando parlano di console di nuova generazione, non possono fare a meno di ricordare i vecchi tempi, quando il videogioco era nella sua forma embrionale, agli albori del gaming domestico, facendo il confronto con quelli che vengono considerati dei mostri sacri dell’intrattenimento Videoludico.
L’inizio di una storia d’amore
Ho iniziato la mia storia d’amore con i computer ed i videogiochi quasi prima di iniziare a parlare… Era il 1989, avevo da poco compiuto due anni, quando mio papà, allora impiegato come ragioniere in un’azienda locale portò a casa l’oggetto che avrebbe dato vita ad una delle mie più grandi passioni, un personal computer. Oddio, magari oggi chiamarlo computer fa quasi ridere, ma all’epoca era qualcosa di strabiliante, un oggetto che andava oltre ogni immaginazione.
Uno splendido esemplare, montava un processore Intel 80386 ( più comunemente noto con il nome di I-386), doppio lettore floppy disk e con il pulsante del “Turbo”, che a distanza di quasi trent’anni non ho ancora capito se servisse veramente a qualcosa.
[notification type=”alert-info” close=”false” ]ND William J. il pulsante Turbo serviva per rallentare le prestazioni, così da far girare ad esempio giochi progettati per 8086 senza che sembrassero a velocità tipo comiche di Benny Hill.[/notification]
Il tutto correlato con uno splendido mouse con sfera gommata all’interno, tastiera con filo a ricciolo, stile cornetta del telefono, ed uno schermo a tubo catodico campione di pesi massimi, che pesava sicuramente più di quello che pesavo io all’epoca. Quella sera segnò l’inizio di una passione che non ho mai più abbandonato.
Ricordo che passavo delle ore a guardarlo lavorare a quella macchina, davanti a quello schermo, a volte nero e bianco, a volte illuminato di blu ( stranamente quando era illuminato di blu, mio padre si innervosiva parecchio, a distanza di anni ho capito il perché).
Ms DOS, non aveva un’interfaccia grafica, come quella a cui siamo abituati oggi, solo uno schermo nero con delle scritte bianche, qualsiasi operazione andava fatta digitando le istruzioni relative e seguendo un preciso ordine di comandi. Mi sedevo sulle sue gambe ed osservavo, affascinato e rapito da quella cosa che sembra essere uscita direttamente dal futuro. Andò avanti così per un paio di anni, nel frattempo Microsoft aveva rilasciato le prime versioni del suo sistema operativo con interfaccia grafica, per competere sul mercato con i maggiori concorrenti, Apple Macintosh e Commodore Amiga. Finalmente anche il nostro Computer fu aggiornato con il nuovissimo sistema operativo Windows 3.0.
Fu la prima versione di Windows a conoscere un vero successo commerciale. Questa versione disponeva di un’interfaccia utente migliorata e riorganizzata, permetteva di eseguire i programmi DOS in una finestra, abbozzando così un primitivo concetto di Multitasking, e conteneva al suo interno alcuni semplici programmi tra cui un editor di testo, una calcolatrice, un programma per le Macro ed un editor per il disegno, Paintbrush.
Io e mio padre ci alternavamo all’uso del pc, lui lo usava per lavoro ed io passavo intere serate a “disegnare” con Paintbrush. L’anno successivo, con il passaggio a Windows 3.1 venne aggiunto il supporto base per la multimedialità per l’input/output audio ed un applet per il Cd-Rom ed appena ce ne fu l’occasione, anche al nostro computer venne fatto un ulteriore upgrade con l’aggiunta del lettore Cd e di una coppia di casse.
Lo sviluppo tecnologico in quel periodo seguiva un trend in continua crescita, certamente non ai ritmi esponenziali con cui è cresciuto negli ultimi anni, ma stare dietro ad ogni aggiornamento o upgrade hardware iniziava a diventare più difficoltoso, soprattutto economicamente parlando. Basti pensare ad esempio che con l’avvento del primo sistema operativo ibrido 16/32 bit, ovvero Windows 95, nome in codice Chicago, per gestire tutta la parte grafica ed il funzionamento a 32 bit erano necessari dai 4 agli 8 mb ( attenzione non gb) di RAM ed il prezzo sul mercato di queste componenti si aggirava intorno alle 100.000 Lire ogni Mb. Per questo con il passare del tempo il nostro amato computer cominciò a non essere più al passo con i tempi ed io crescendo sentivo lo stimolo di provare qualcosa di diverso dai semplici giochini che avevo sul computer di mio padre.
Amiga 500: la svolta
Per ovviare a questo, i miei genitori, per il mio ottavo compleanno, mi regalarono la mia prima vera console, ricevetti la splendida Amiga 500, ed un televisore Mivar 14’. Ero al settimo cielo, finalmente avevo un “computer” tutto per me, sempre a disposizione e potevo giocarci indisturbato quando ne avevo voglia.
Avviare l’Amiga per la prima volta fu una vera impresa, con le vecchie console non era semplice come oggi che attaccando il cavo hdmi in un attimo sei pronto a giocare, neanche per sogno… Dovevi collegare la console al televisore tramite il cavetto A/V e far partire la ricerca del canale uhf ed incrociare le dita. Una volta che la ricerca aveva dato buon esito appariva la schermata di avvio, finalmente si poteva iniziare a giocare…Ehm…NO! Avviare il gioco era una cosa piuttosto complicata, perché l’Amiga nasceva come un computer, non bastava inserire il floppy disk con il gioco e si era pronti a giocare, ma bisognava digitare i comandi per avviare il gioco se si utilizzava l’interfaccia a riga di comando oppure andare a cercare manualmente il file eseguibile sul floppy disk del gioco che si voleva utilizzare. Da lì partiva la magia e giochi per l’epoca all’avanguardia iniziavano ad essere “proiettati” sullo schermo, riempiendo interi pomeriggi della mia infanzia.
Per dare un’idea della qualità audio e video dei giochi dell’epoca basti pensare che entravano al massimo in 880 kb, la dimensione massima per i floppy disk consentita dal sistema operativo di Amiga. L’Amiga 500 si presentava come la maggior parte dei dispositivi informatici dell’epoca, un case monoblocco con alloggiamento per i floppy disk e l’ingresso per il cavo video e per il mouse, rigorosamente a due bottoni e senza rotellina.
L’alimentatore aveva dimensioni di tutto rispetto ed andava collegato esternamente alla console. La porta del mouse fungeva anche da porta per il joystick rendendola così più simile al concetto di console che abbiamo oggi.
Amiga 500 montava un processore Mototrola 68000 a 7,09 Mhz per la versione pal o 7,16 Mhz per la versione NTSC, una memoria RAM di 512 kb ed una ROM di 256 kb sulla quale girava il sistema operativo (AmigaOS).
La scheda video permetteva due modalità di utilizzo, una in cui venivano visualizzati 32 colori contemporaneamente, da una palette di 4096, con una risoluzione massima di 320×256 pixel con scansione progressiva oppure di 320×512 in modalità interlacciata. Se si passava invece alla modalità in cui i colori visualizzati contemporaneamente erano 16, si arrivava alla risoluzione di 640×256 in modalità progressiva o 640×512 in modalità interlacciata.
Quello che fece di Amiga un prodotto dalla grandissima distribuzione fu proprio la sua versatilità ed il costo relativamente contenuto rispetto a computer concorrenti dell’epoca. Era possibile infatti utilizzarla sia per giocare, trasformandola in una vera e propria console domestica, sia come personal computer per uso familiare.
Da quel momento in poi la mia vita da videogiocatore non è più cambiata, sono passati oltre vent’anni dalla mia prima partita con “Duck Tales, The Quest For The Gold” (1990) sulla mia Amiga 500. Sono cresciuto praticamente a pane e videogiochi, ho posseduto buona parte delle console uscite in Italia negli anni (commodore 64, Nintendo, Super Nintendo, Sega Master System, Sega Mega Drive, Dreamcast, Gamecube, Gameboy, Psx, Ps2, xBox, xBox 360, e molte altre ) e diverse centinaia di giochi diversi.
Ho iniziato a scrivere questa rubrica ponendomi due obiettivi fondamentali, da una parte quello più umile di riportare alla memoria dei giocatori più navigati i ricordi della generazione d’oro per il gaming domestico, dall’altra, quello più ambizioso invece, mi piacerebbe far conoscere ai giocatori più giovani titoli e console di un’epoca passata, un periodo in cui non esistevano risoluzioni in Full HD o 4K, non c’erano 60 frame al secondo, non esisteva il concetto di salvare la partita e nemmeno la possibilità di giocare con il multiplayer online.
Con questo mio primo articolo qui su Mente Digitale ho cercato di trasmettere quello che rappresenta per me il mondo dei computer e dei videogiochi, creando un parallelismo tra lo sviluppo tecnologico di un dispositivo oramai di uso comune, il personal computer, con le emozioni e le sensazioni provate crescendo e vivendo in prima persona tale sviluppo e spero veramente con tutto il cuore di esserci riuscito.
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